Cambridge, gli studenti e i no

Estero

In un posto come Cambridge puoi vivere anni senza conoscere anche una sola persona del luogo. La tua vita sociale e accademica non ne soffrirebbe e probabilmente non te ne accorgeresti nemmeno: gli universitari sono così tanti che non c’è bisogno di conoscere i locali, i cosiddetti townies.

I townies non sono esclusi o segregati, più semplicemente sono delle ombre che mettono a posto le strade, riparano le lampade nelle stanze degli studenti universitari, lavorano nei bar o li riempiono il sabato sera.

Ma a parte questo ruolo di comparse attraverso la città, i townies praticamente non esistono: gli studenti stanno con gli studenti e loro stanno fra di loro; non è un apartheid, ovviamente, perché in un posto politicamente corretto come Cambridge sarebbe impensabile.

Piuttosto, possiamo parlare di due gruppi sociali ben distinti e senza punti di contatto: per parafrasare Vittorini, da una parte ci sono gli studenti; dall’altra ci sono i no. A parole, nessuno studente è contrario ad interagire con i townies e nessuno ne parla male.

Ma se una volta, da buon studente straniero ignaro di queste regole non scritte, proponi di andare in un pub o un club frequentato prevalentemente da loro, non puoi che ricevere risposte negative: “Ma lì ci sono i townies” o, come ha detto qualche settimana fa una studentessa inglese che sta imparando l’italiano, “è un posto frequentato da cittadini”.

Se avessi avuto pazienza, avrei dovuto spiegarle che il termine cittadini in italiano non è certo circondato da quell’alone negativo che si trova attorno alla parola townies in inglese, tutt’altro; magari si potrebbe tradurlo con paesani, provinciali o forse locali…

In realtà, in posti come Oxford e Cambridge c’è un accordo tacito che sembra star bene a tutti e che rende i rapporti fra studenti e townies relativamente pacifici: gli studenti di Oxbridge saranno pure arroganti, figli di papà e distaccati rispetto al posto in cui si trovano; ma alla gente locale questa situazione sta bene perché portano soldi, turisti e investimenti, in poche parole un indotto senza eguali con altre parti del Regno Unito.

Da qui esce la classe dirigente del Paese e città come Oxford e Cambridge, che altrimenti sarebbero degli anonimi aggregati urbani come ce ne sono a decine in Gran Bretagna, vivono esclusivamente di questo.

Opium des Volks, direbbe qualcuno. In teoria, dunque, sono tutti felici e contenti; i fatti stanno un po’ diversamente. L’abisso sociale e culturale fra queste due categorie si percepisce ogni qual volta uno studente universitario è costretto ad interagire coi townies: i locali leggono i tabloid, con le tette al vento in seconda pagina ed un linguaggio giornalistico da bar dello sport; mangiano nei fast food, si ubriacano il venerdì sera e a 30 anni sono già in condizioni fisiche decadenti; si vestono male (peggio della media inglese, che già è abbastanza bassa) e hanno lavori di fatica, con condizioni sindacali spesso scadenti; e infine, hanno un pesante accento regionale quando parlano inglese (per la sofferenza degli studenti stranieri come me).

Tutte condizioni che uno studente di Cambridge non conoscerà mai: gli universitari vanno in Europa durante l’anno sabbatico per imparare una lingua ed immergersi nella realtà continentale; hanno un Curriculum Vitae da riempire con attività accademiche e non; leggono il Guardian o l’International Herald Tribune; sanno già di appartenere ad una classe sociale diversa, destinata ad avere nel peggiore dei casi un’agiata vita da middle class; e infine, parlano inglese senza accento e distintamente (per la gioia degli studenti internazionali).

Se poi si aggiunge a queste considerazioni il fatto che circa il 50% degli iscritti alle università di Oxbridge proviene da scuole private (che rappresentano circa il 5% del sistema scolastico nazionale), le cose cominciano ad apparire sotto una luce diversa; e non mancano gli articoli sui giornali inglesi e le campagne politiche per rendere Oxford e Cambridge dei posti più aperti alla diversità del Paese.

Certo, in tutto questo ragionamento c’è un piccolo problema di fondo: anche queste sono preoccupazioni espresse esclusivamente da chi a Oxford e Cambridge sta studiando o ha già studiato. Se ti interessano altre corrispondenze, puoi leggere quelle di Francesco Acone da Tirana o quelle di Marco Lorenzi da Ankara.DisclaimerL’indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.