E io rapisco il Manager

Professioni

Qualcuno gli ha trovato già il nome: boss-napping, cioè il sequestro dei manager delle aziende in crisi da parte dei dipendenti che rischiano di perdere il posto di lavoro.

L’esigenza di definire, di nominare il fenomeno nasce dal fatto che ormai sembra diventato quasi una ricorrenza, dopo i casi avvenuti in Francia e nel Regno Unito.

Il primo episodio in realtà risale a quasi un anno fa, nella fabbrica della Michelin di Toul in Meurthe et Moselle. Nel 2009 è stata poi la volta di Serge Foucher, AD della Sony; in seguito è toccato a Luc Rousselet della 3M, letteralmente preso in ostaggio nel suo ufficio; a Sir Fred Goodwin, reo di aver guadagnato una buonuscita da capogiro nonostante i suoi risultati fallimentari come ex AD della Royal Bank of Scotland; ma anche a due dirigenti francesi della Molex, azienda statunitense produttrice di accessori per auto.

Gli esegeti hanno tirato in ballo l’indole rivoluzionaria dei nostri cugini d’Oltralpe, molti altri hanno cercato connessioni virtuose tra la crisi dei mercati finanziari e la responsabilità percepita ed attribuita ai manager prezzolati: un tempo icona patinata di rampantismo e di retorica della giungla umana, oggi prime vittime di un sistema economico-produttivo irrimediabilmente malato.

Già ma … Perché proprio i dirigenti? Colpa dei bonus, di una sovra-esposizione mediatica troppo prolungata nel tempo, combattuta a colpi di copertine di Forbes e di prestigiosi MBA? Colpa di quelle competenze nebulose che fanno di un uomo qualunque un top manager? Colpa di quei valori ormai perduti, sfilacciati con letture acritiche di presunti guru come Peter Drucker e di testi antichi riadattati sulla falsariga de L’arte della guerra di Sun Tzu?

In realtà l’esigenza di ritrovare una dimensione umana nel mondo del lavoro era emersa già qualche anno fa quando, tra appelli all’intelligenza emotiva e alla “ricerca dell’anima nelle organizzazioni” si cercava di ritrovare un’etica al di là dei facili proclami della responsabilità sociale d’impresa.

La comunicazione esterna delle aziende era sempre molto curata ed orientata a dare un’immagine di sé nella quale la persona era, ovviamente, perennemente al centro delle preoccupazioni del top management.

La retorica dell’up or out era stata falsamente sostituita da una nuova considerazione delle risorse umane che, improvvisamente, diventavano un vero e proprio “capitale” in tempo di pieno Capitalismo globalizzato.

Risorse Umane che però poi la DELL di Limerick ha mandato a casa per delocalizzare la produzione in Polonia, o che la IBM negli Stati Uniti sta coinvolgendo in una riorganizzazione che prevede o il licenziamento o il trasferimento in Paesi emergenti e con un costo esiguo della forza-lavoro come l’India.

Ecco allora che i manager diventano improvvisamente il Nemico Numero Uno: non tanto il sistema che li ha cresciuti, foraggiati ed educati, quanto loro stessi con le loro belle donne, le loro auto aziendali, le loro agende fitte di impegni e soprattutto i loro incentivi.

Secondo uno studio ancora in fase preliminare della London School of Economics (“What does a Ceo do?”), condotto su 600 manager dei quali 121 CEO, in media i dirigenti trascorrono 48 ore lavorative a settimana impegnandole in 7 diversi tipi di attività.

La metà del tempo viene trascorsa in non meglio precisate “riunioni”. “Il 14% soli alla scrivania. Il 12% in viaggi. Nel restante 25% telefonano, partecipano a videoconferenze, pranzi di lavoro, eventi speciali”.

E all’interno di questa fitta rete di relazioni incontrano maggiormente persone esterne alla loro azienda: non tanto i loro dipendenti o il responsabile delle risorse umane ma consulenti, clienti, fornitori, banche, politici, investitori.

I rapporti con le persone delle quali i manager sono spesso costretti a decidere le sorti non si giocano quindi sempre e solo sul terreno del quotidiano; anzi, altrettanto spesso si tratta di rapporti spersonalizzati eppure strapagati, portati all’estremo da chi, per ottenere condizioni migliori, ha scelto la strada del boss-napping o dell’atto vandalico.

Per guardarti negli occhi, insomma, ti rapisco e ti chiudo in un ufficio. Per farmi ascoltare ti sfascio la macchina.

Molti vedono in questa nuova ventata di disagio sociale la versione 2.0 delle lotte di classe, ma forse si tratta semplicemente di esasperazione priva di una solida coscienza politica eppure ricca di frustrazioni.

Diversi studi stanno raccontando come la globalizzazione non sia una livella, ma una sfida nella quale a vincere è chi sa valorizzare il proprio essere diverso; da questo punto di vista sono pochi, davvero pochi i manager che fanno un lavoro simile, in primis inculcando questa consapevolezza delle proprie peculiarità ai dipendenti. Di contro, sono molti quelli che hanno preso decisioni impopolari, che hanno guadagnato e dislocato, speculato e licenziato, che hanno lavorato male essendo pagati molto bene.

E’ forse questo atteggiamento ingrato, questa disaffezione non tanto all’azienda, ma a quelle persone che l’azienda la fanno, a creare disagio e malcontento?

Sta di fatto che il boss-napping ha un che di comico e di disperato insieme, ha in nuce una violenza che potrebbe essere strumentalizzata sia da chi aspira a riempire di ideologia un contesto estremamente diverso dal passato, sia da chi vorrebbe delegittimare ulteriormente i diritti dei lavoratori.

Probabilmente si potrebbe ripartire da quei valori perduti e scambiati con la loro versione edulcorata, ad uso e consumo della comunicazione, recuperandoli innanzitutto in una dimensione più umana e più responsabile. Non tanto a livello di impresa, quanto di coscienza individuale.