monete romane
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La monetazione romana del periodo imperiale

Numismatica

Il passaggio dalla monetazione Repubblicana a quella imperiale, anche se storicamente è determinato dall’assunzione del titolo di “Pater Patriae” da parte di Ottaviano Augusto nel 2DC, per i numismatici è sentito in modo meno rigido.

Molti collezionisti, infatti, includono in questa serie la monetazione di Giulio Cesare (44 AC) se non addirittura quella triumvirale partendo da Pompeo Magno. È appunto a questa visione più ampia che i alcuni collezionisti preferiscono attenersi anche allo scopo di non trascurare un’interessante settore della storia di Roma.

La monetazione romana imperiale deve considerarsi duplice: quella che fa capo all’Imperatore e che comprende tutta la parte aurea e argentea, oltre a qualche emissione bronzea di carattere eccezionale, e quelle controllate dal Senato che abbraccia tutta la copiosissima produzione ed è contraddistinta dalla sigla “SC” Senatus Consulto.

Questa divisione di poteri, che risale ad Augusto, continuerà fino all’Imperatore Gallieno. I tipi monetali che caratterizzano la prima parte dell’Impero sono ovviamente eredità diretta della Repubblica.

Nell’ oro continuano il “Denario aureo” e il “Quinario aureo”, molto più raro del primo, nell’argento hanno vita il “Denario” e in minor misura il  Quinario”, mentre scompare completamente il “sesterzio d’argento”;
nel bronzo abbiamo il “Sesterzio”, del valore di quattro assi, e il “Dupondio”, equivalente a due assi in oricalco (lega di rame e zinco) oltre all”Asse” e al “Quadrante” in rame. Solo più tardi compariranno nell’argento due tipi “l’Antoniniano” e la “Miliaresia” e nel bronzo il “Follaro” e il “Centennionale”.

Il rapporto tra le varie monete con l’avvento dell’Impero è il seguente: 1 AUREO = 2 QUINARI D’ORO = 25 DENARI = 50 QUINARI D’ARGENTO = 100 SESTERZI = 200 DUPONDI = 400 ASSI = 1600 QUADRANTI.

Il peso delle monete sopra menzionato, basato inizialmente sulla libbra romana di 327, 45 grammi, cambia sotto diversi imperatori e anche il titolo dell’argento continua a peggiorare a differenza di quello dell’oro. A questo punto non è possibile continuare questo nostro itinerario senza dare uno sguardo ai motori propulsori della monetazione e cioè alle principali riforme monetarie e alle zecche preposte alla coniazione. Il primo imperatore che affronta questa delicata materia è lo stesso Ottaviano Augusto, il quale tenta di portare un certo ordine a quanto fino ad allora era stato lasciato all’iniziativa più o meno personale delle
svariate autorità civili e militari. Avocando a se il diritto della coniazione dell’oro e dell’argento, lascia al Senato il controllo delle emissioni in oricalco e in rame.

Dapprima batte moneta come “Trimvir rei publicae constituendae” poi come “Imperator” unitamente ai magistrati monetari e quindi come Augustus Pater Patriae.

Ma ben presto, a causa delle variazioni di valore subite sul mercato dei metalli nobili, aurei e denarii spariscono per essere fusi e Nerone è costretto, per fronteggiare la situazione, a decretare una diminuzione di peso dell’aureo e una variazione in meno, sia nel peso che nel titolo, per
il Denario.

Altre due novità vengono introdotte sotto il suo regno: l’emissione di una piccola moneta di rame detta “Semisse” e l’adozione della corona radiata sulla testa dell’Imperatore quale segno distintivo del dupondio nei confronti dell’asse, che mantiene la testa imperiale laureata o nuda. Da questo momento tutte le monete con corona radiata saranno multipli doppi di quelli similari con corona laureata.

Traiano completa questa politica monetaria facendo ritirare dalla circolazione aurei e denarii pre-neroniani. Il progressivo abbandono della lega d’argento determina un nuovo rapporto di valore tra le monete di questo periodo che si può riassumere:

1 AUREO = 2 QUINARI AUREI = 25 ANTONINIANI = 50 DENARII = 100 QUINARI D’ARGENTO = 200 SESTERZI = 400 DUPONDI = 800 ASSI.

Oltre al titolo anche il peso delle monete subisce sensibili alterazioni e Traiano Decio introduce nel bronzo due nuovi moduli: il “doppio sesterzio” con corona radiata per l’Imperatore e crescente lunare sotto il busto dell’Imperatrice.

Successivamente le emissioni in bronzo si riducono e si impoveriscono sempre più, finché si giunge al regno di Gallieno in cui la circolazione può dirsi basata quasi esclusivamente sull’Antoniniano che nel frattempo è diventato di bassissima lega.

Proseguendo nella carrellata della numismatica di questo periodo si incontra Diocleziano cui va attribuita quella basilare riforma che, nel 295,  riporta nel sistema monetario imperiale un pezzo in argento fino, denominato generalmente “argentus” ed un nuovo pezzo in bronzo chiamato “follis” la cui importanza si farà sentire anche nell’Impero d’Oriente.

Nel periodo che segue, la tesaurizzazione dei metalli nobili si accentua, determinando una conseguente, continua svalutazione monetaria di cui Costantino tenta di limitare la portata nella misura di un terzo, con l’editto del 301. La coniazione dell’argento diventa sempre più teorica ed in pratica è il solo follaro ridotto che continua a circolare.

Per l’oro, invece, la copiazione continua con una certa regolarità finché Costantino, riducendo di un quinto il peso precedente dell’aureo, da inizio a quella lunga sequenza di “solidi” che diventeranno la base della circolazione aurea per moltissimo tempo, con la sola eccezione delle regioni soggette a Licinio dove le Zecche hanno continuato ad emettere aurei con le caratteristiche di quelli di Diocleziano.

Con Costanzo II i follari sono sostituiti nel bronzo della “maiorina” e dal “centellionale”. Magenzio sostituisce alla mairina la doppia maiorina, caratterizzata dal monogramma di Cristo, simile a quello che più tardi
conierà Giuliano l’Apostata con la pagana raffigurazione del Bue Api.

Con Valentiniano la siliqua diminuisce ancora di peso; frattanto, avviandosi l’Impero verso la fine, si assiste al moltiplicarsi di piccole monete di bronzo che si affiancano ai centellionali. Questi nummi, detti anche “minima”, rappresentano la povera degenerazione del glorioso bronzo romano.

Proseguendo nella carrellata della numismatica di questo periodo si incontra Diocleziano cui va attribuita quella basilare riforma che,
nel 295, riporta nel sistema monetario imperiale un pezzo
in argento fino, denominato generalmente “argentus”
ed un nuovo pezzo in bronzo chiamato “follis” la
cui importanza si farà sentire anche nell’Impero d’Oriente.

Nel periodo che segue, la tesaurizzazione dei metalli nobili si accentua, determinando una conseguente, continua svalutazione monetaria di cui Costantino tenta di limitare la portata nella misura di un terzo, con l’editto del 301.

La coniazione dell’argento diventa sempre più teorica ed in pratica è il solo follaro ridotto che continua a circolare.

Per l’oro, invece, la copiazione continua con una certa regolarità finché Costantino, riducendo di un quinto il peso precedente dell’aureo, da inizio a quella lunga sequenza di “solidi” che diventeranno la base della circolazione aurea per moltissimo tempo, con la sola eccezione delle regioni soggette a Licinio dove le Zecche hanno continuato ad emettere aurei con le caratteristiche di quelli di Diocleziano.

Con Costanzo II i follari sono sostituiti nel bronzo della “maiorina” e dal “centellionale”. Magenzio sostituisce alla mairina la doppia maiorina, caratterizzata dal monogramma di Cristo, simile a quello che più tardi
conierà Giuliano l’Apostata con la pagana raffigurazione del Bue Api.

Con Valentiniano la siliqua diminuisce ancora di peso; frattanto, avviandosi l’Impero verso la fine, si assiste al moltiplicarsi di piccole monete di bronzo che si affiancano ai centellionali.

Questi nummi, detti anche “minima”, rappresentano la povera degenerazione del glorioso bronzo romano.